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lunedì 9 febbraio 2015

Luci rosse, Agrigento batte Roma

Roma copia Agrigento, anzi l’antica Akràgas. I romani arrivano dopo. Come i numeri. Ma arrivano, in ossequioso rispetto nei confronti della Storia maestra di vita.   

All’ombra del cupolone si accenderanno le luci rosse (se passano la corrente). Così come si accesero, accecanti, sotto l’infuocato sole della Magna Grecia. Dalla capitale giungono notizie di un progetto che prevede la creazione nel quartiere dell’Eur di un’apposita area a tema, senza divieti e censure. 

Obiettivo: contrastare la prostituzione selvaggia e lo sfruttamento.
Parola d’ordine: tolleranza.

Amore libero, pulito, consenziente e bello, dunque. Così come lo fu, quando lo fu, due millenni e mezzo fa in Akràgas, l’ellenica Agrigento.

Una scelta coraggiosa, avanti e indietro con i tempi. Ma non tutti sono d'accordo. E oggi le polemiche sono roventi. 

Secondo quanto riportato nell’ormai celeberrimo saggio di quel saggio di Raimondo Moncada dal programmatico titolo Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas, la mitica dea Giumenta praticò la divina attività amatoria con effetti allucinogeni negli affollati sotterranei di un sacro edificio della Valle dei Templi (nel libro è ben localizzato). E cotanto (proprio così: cotanto) fu il diletto delle popolazioni che da tutto il mondo accorsero, che si aprì naturalmente una lunga e piacevole fase storica caratterizzata da pace, appagamento e serenità. 

Regnò solo l’amore.  

Giumenta, meglio conosciuta come il Putthanone di Akràgas, accontentava tutti, in par condicio, senza distinzione di sesso, di razza, di ceto sociale, di livello culturale, di numero di scarpe e di cintura. Bastava mettersi in coda e attendere il proprio turno. Si dava a chicchessia con gratuita generosità, di colpo in colpo, senza esclusione di colpi: “L’amore non ha prezzo”, diceva nei rarissimi momenti di pausa mai in menopausa (non ci arrivò).
Divenne l’unica attrazione turistica della classicità, in un luogo subito divenuto polis di pilus.   
   

Anche altre città dovrebbero seguirne l’esempio. Il nostro sostegno sarà massimo. Non solo sostegno. Avranno anche il convinto appoggio. È la condizione per una nuova pace vera e duratura. L’amore "abbabbisce" gli animi più bellicosi. 

mercoledì 12 novembre 2014

Scoperto il piacevole teatro dell'antica Agrigendo

Ad Agrigendo (così come in do la chiamavano gli antichi agrigendini) si cerca ancora il teatro greco, quello degli attori grechi (antica idiomatica dizione) e delle tragedie greche. E la cosa bella è che non sono i greci (o i grechi) a cercarlo ma gli agrigendini. “È qui!”, “No! Non è qui, ma è lì!”, “Scaviamo un po' più in là…”. 

Tempo sprecato. È già tutto nobilmente scoperto. Ed essendo tutto nobilmente scoperto è nudo come il re e come le mani quando sono impegnate negli scavi di una certa difficoltà.

Nessuno che si impegni a valorizzare un luogo, un sito, un topos (al maschile) che è stato teatro non di tragedie ma di piaceri a tinchjtè (forza ddrocu!) come hanno testimoniato gli intenditori di intese. 
Il più grande topos dell'umanità. 
In questo teatro, operava con sommo diletto la Divina Giumenta, le cui sacre rappresentazioni e le finali ovazioni (da ovos, ovis, ovas) sono minuziosamente descritte nell'opera omnia "Dal Partenone diAtene al Putthanone di Akràgas" dello studioso di studi intramontabili Raimondo Moncada. 


Un'opera piacevole perché fonte di immani piaceri venuta fuori dopo leopardiani sudati studi sudati in quel tempio indicato dal dito sbagliato della storia come casa (home in inglese) della dea Giunone. In quella stessa casa (house in inglese, casa in agrigendino), nella mitica alcova di piaceri universalmente ricercati come il pelo nell'uovo (ova, ova, ova, nella declinazione agrigendina), veniva di volta in volta siglata la celebre "pax populi pax dei". I nemici appaganti diventavano amici per la vita e non si faceva più la guerra per la morte.

L'amore attirava allora flussi turistici da ogni dove e con chicchessia: con le mule, con le asinelle, con le cavalle, con le zattere, con le canoe, con le caravelle, con i motopesca, con le navi crociera, con le scarpe, con gli zoccoli. Ogni mezzo era buono pur di cantare in Akràgas l'inno alla gioia.

In un eccezionale frammento di un eccezionale reperto archeologico di una eccezionale insegna inviata al Putthanonesk Center’s Love of London of British of Europe per gli approfondimenti del caso, per caso è scritto: "E’ nnutuli ca ti movi: piaci a tutti, puru a cu dici: a mia nun mi piaci" (NdR: “è inutile che ti dimeni: piace a tutti, piace finanche a chi afferma: a me mi non mi piace e a teti non ti deve piacere”).

L'ebook su Bookrepublik (cliccare come avrebbe fatto il Putthanone)

Foto del teatro tratta da Wikipedia

mercoledì 12 settembre 2012

Il Tempio di Giumenta: esastilo, periptero, velociraptor, tyrannosaurus


Il tempio di Giumenta è un tempio greco che sorge sul lato orientale del ciglione roccioso posto a baluardo dell’antica città di Akragas. E' eretto, nell'angolo sud-est della Valle dei Templi, a 120 metri sul livello del mare.
Fu costruito intorno al 450 a.C., millennio in più, millennio in meno.
L’edificio è noto al volgo come tempio di Hera Lacinia o anche come tempio di Giunone (dal nome romano della dea) raccomandata moglie di Zeus-Giove, il sovrano assoluto dell’Olimpo. Ma dopo la pubblicazione dell’opera omnia “Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas”, la sacra costruzione è individuata come Tempio di Giumenta, detta Putthanones. Nel libro di Raimondo Moncada, si parla con chiarezza e con dovizia di particolari del ritrovamento di una statua di donna, un gran pezzo di marmo con una sibillina iscrizione: “Putthanones di nomen e di factus”. È con certezza scientifica la statua di Giumenta, il mito che all'interno della propria sacra dimora ricevette l’intiera umanità senza alcun invito e ballando il meneito.
Tra gli stili dorico, corinzio, ionico, fonico, antico, contemporaneo in cemento armato depotenziato disarmato, i greci preferirono il primo. Scelsero come materiale costruttivo il tufo arenario, materiale consistente che ha resistito già due millenni e mezzo, a differenza del celebrato cemento armato depotenziato degli edifici moderni chiusi dopo trent’anni per eccesso di sabbia arenaria.
Il Tempio di Giumenta è periptero, velociraptor, tyrannosaurus, esastilo, esausto. Ha 6 colonne sui lati corti e 13 sui fianchi, alte 6 metri e 44 centimetri, metro più metro meno.
È a pianta rettangolare con il lato maggiore di 38 metri e 15 centimetri e il lato minore di 16 metri e 90 centimetri. Per le misure della diagonale, si rimanda allo studio della geometria. 
L'interno del tempio è costituito da un naos a caos, senza colonnato interno, dotato di pronao e opistodomo con maggiordomo.
Si conserva il colonnato settentrionale con l'epistilio e parte del fregio. Tutto il resto è stato sfregiato. L'edificio è stato ricostruito con anastilosi a partire dal Settecento. Nel tempio si notano delle macchie di colore rosso. Sono state causate da un incendio. Forse un esercito di donne ignorate dagli uomini per invidia di Giumenta hanno tentato di arderla viva. Giumenta, tutta infuocata, non sentì nulla. Dalle vicine caserme dei Vigili del Fuoco non arrivò alcun automezzo. Tutti i pompieri in servizio, erano in fila per conferire con lei. Non si accorsero di nulla perché erano pure loro accalorati.

giovedì 6 settembre 2012

Le divinità greche, da Zeus Olimpo a Giumenta l'olimpionica


I Greci, poi copiati dai Romani, venerarono non uno ma tanti dei. Ogni cosa, ogni aspetto dell’esistenza, era posta sotto la loro protezione. Gli dei non si concedevano così tanto facilmente. Si facevano pregare. E spesso non bastava. Volevano gli agnelli in sacrificio. Se gli davi un bue, un caprone, una gallina, se ne accorgevano. Volevano solo gli agnelli.

Raimondo Moncada ha stilato un elenco delle divinità greche, l’unico completo con l’inserimento della dea Giumenta, la dea censurata dalla storia, dai libri e dagli studiosi e persino dai siti Internet, portata alla ribalta con la storica opera “Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas”.

Ecco un assaggio in esclusiva frutto dei sudati studi di Raimondo Moncada.
Afrodito, compagno di Afrodite, dio africano delle dita  
Afrodite dea dell'amore, della bellezza, della sessualità, della sensualità, della lussuria. Era detta Venere perché portava le malattie veneree.
Dito, parte della mano divina di Afrodito e di Afrodite. Serviva per indicare divinamente qualcosa o per contare, per infilare l’occhio,  
Dite voce del verbo dire.
Ermafrodito figlio di Ermes e di Afrodite, era un dito mezzo uomo e mezza donna. Nacque ermafrodito per l’indecisione dei genitori all’atto del concepimento.
Asclepio o Esculapio dio della medicina. Disoccupato, diffuse le malattie per lavorare.
Pallade Atena dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, dell'artigianato e degli aspetti più nobili della guerra. Detta Pallade o “Du palle” perché annoiava.
Priapo celebre per la sua dote e per le gigantografie a lui dedicate.
Selene dea della Luna. Fu apprezzata per i film a luci rosse.
Demetra, Cerere, dea della terra, dell'agricoltura, della fertilità dei campi. Nei campi di calcio venne usata per fare crescere l’erbetta dopo una partita.
Hestia, Vesta, dea del focolare domestico, casta divinità protettrice della famiglia. Di nascosto si frequentava con dei amanti del focolare domestico e della famiglia.
Zeus, Giove, il Rocco Siffredi dell’Olimpo, padre degli dei, dio del cielo, del tuono e dell’aerofagia.
Era o Hera, sorella e moglie di Zeus, era considerata la regina dell'Olimpo, dea del matrimonio e delle fedeltà coniugale. Da non confondere con “era” imperfetto del verbo essere: io ero, tu eri, egli era. A lei per errore è stato dedicato il tempio di Giunone della valle dei Templi, dimora della dea Giumenta.
Giumenta, dea olimpionica del divertimento, del piacere, del diletto, dei record, della generosità, della gratuità, dell’amore universale così come rivelato nell’opera storica “Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas”.

Raimondo Moncada spiega in modo storico e scientifico anche queste altre divinità: Ades, Igea, Apollo, Ilizia, Elettra, Iris, Ermes, Tifone, Fifone, Tritone, Poseidone, Ares, Enio, Nereo, Mormò, Pan, Dioniso, Artemide, Eolo, Latona, Efesto, Urano, Ebe, Egemone, Ecate, Sileno, Diche, Iacco, Iaso, Panacea, Proteo, Forco, Carite, Ceto, Gamelii, Gea, Sabazio, Arpia, Alito, Aliacmone, Armonia, Telesforo, Astrea, Ermanubi o Hermanubi, Eros, Ersa, Etna, Euribia, Eurinome, Phanes, Pothos.